Le fondamenta · N. 6

L'azionario va su e giù. Nel lungo periodo, storicamente, è salito

Un secolo di dati non promette nulla sul domani. Ma racconta una cosa utile: a premiare, storicamente, è stata la disciplina — non l'abilità di indovinare il momento.

Paola aspetta il momento giusto da quattro anni. All'inizio i mercati erano ai massimi — «adesso no, è troppo caro, aspetto una discesa». Poi la discesa è arrivata, ma con i titoli dei giornali pieni di catastrofi — «adesso no, è troppo pericoloso, aspetto che si calmi». Quando si è calmato, i prezzi erano già risaliti oltre il punto di partenza — «adesso no, ho perso il treno, aspetto la prossima occasione». Paola non è indecisa per pigrizia: è indecisa perché sta cercando di fare una cosa che, semplicemente, non si può fare. (Paola è un caso illustrativo, ma la sua sala d'attesa è affollatissima.)

Il problema di Paola nasce da due paure che sembrano diverse ma sono la stessa: «l'azionario va su e giù, ci perderò» e «devo comprare al momento giusto». Tutte e due nascono dal guardare la cosa sbagliata: i giorni e gli anni, invece dei decenni. Cambiando la lente, cambiano le risposte.

Allarga lo sguardo: cosa dice un secolo

Zoomiamo indietro il più possibile. La fonte più autorevole sui rendimenti di lungo periodo è il Global Investment Returns Yearbook curato da Dimson, Marsh e Staunton (oggi pubblicato da UBS), che ricostruisce l'andamento dei mercati dal 1900. Il verdetto di 125 anni di storia è netto: l'azionario globale ha reso in media circa il 5,2% l'anno in termini reali — cioè già al netto dell'inflazione — contro l'1,7% delle obbligazioni. E in ogni Paese analizzato le azioni hanno battuto obbligazioni, liquidità e inflazione sul lungo periodo. Un solo dollaro investito in azioni americane nel 1900 sarebbe diventato, a fine 2024, oltre centomila dollari.

Guardando al mercato più studiato, l'americano S&P 500, il quadro è coerente: dal 1926 il rendimento medio è stato intorno al 10% l'anno in termini nominali (circa il 7% al netto dell'inflazione), dividendi reinvestiti. Sono numeri che, composti su decenni, fanno una differenza enorme rispetto al conto fermo.

Ora, però, l'onestà — perché senza è propaganda. Primo: questo è il passato, e il passato non garantisce il futuro. Gli stessi curatori del Yearbook avvertono che i rendimenti del XXI secolo sono stati più bassi di quelli del XX. Secondo: quella «media» è ingannevole. In quasi cento anni, il rendimento annuo dello S&P 500 è caduto vicino alla sua media storica solo una manciata di volte: i singoli anni sono quasi sempre molto sopra o molto sotto. La media è una destinazione di lungo periodo, non l'esperienza di un anno qualunque.

Il tempo restringe il ventaglio

Ed ecco il fatto che, di tutti, è il più utile a Paola. Su un singolo anno, i mercati azionari possono fare qualsiasi cosa: +30%, −30%, non lo sa nessuno. Ma man mano che allunghi l'orizzonte, il ventaglio dei risultati si stringe. E su orizzonti davvero lunghi succede una cosa notevole:

S&P 500 · finestre di 20 anni dal 1926 (fonte: dati storici NYU Stern)
Nessun periodo di 20 anni si è mai chiuso in perdita
In tutta la storia dell'indice, ogni finestra di vent'anni ha prodotto un rendimento positivo. La peggiore in assoluto rese circa il 2,4% l'anno in termini nominali — toccò a chi comprò poco prima della Grande Depressione del 1929, e persino lui, vent'anni dopo, era in guadagno. Attenzione: «mai finora» non vuol dire «mai»; e su orizzonti più corti — persino dieci anni — le perdite sono eccome possibili, come insegna il decennio degli anni Duemila. È la lunghezza, non la magia, a fare la differenza.

Questo smonta la prima paura di Paola. «L'azionario va su e giù» è vero, ma è la domanda sbagliata: la domanda giusta è per quanto tempo ci resti dentro. Su vent'anni, storicamente, il su-e-giù si è rivelato rumore lungo il percorso, non la destinazione.

Non indovinare il momento: presìdialo

Resta la seconda paura: entrare nel momento sbagliato. Anche qui i dati sono spietati ma liberatori. I giorni migliori dei mercati — quelli che fanno la parte del leone dei guadagni — tendono a raggrupparsi a ridosso dei peggiori, nel pieno delle crisi e dei rimbalzi. Il risultato è che chi entra e esce cercando di schivare le discese finisce quasi sempre per perdersi anche le salite: nelle analisi storiche, mancare solo una manciata delle sedute migliori nell'arco di vent'anni può dimezzare il risultato finale.

Non sai quando entrare. È proprio per questo che entri sempre.

La conclusione non è «sii coraggioso e compra oggi». È più intelligente: siccome nessuno sa qual è il momento giusto — né tu, né Paola, né i gestori professionisti — smetti di cercarlo. Lo strumento che traduce questa umiltà in un gesto concreto si chiama piano di accumulo (PAC): investi una cifra fissa a intervalli regolari, ogni mese, qualunque cosa facciano i mercati. Non provi a indovinare il momento: li attraversi tutti. Quando i prezzi sono bassi il tuo versamento compra di più, quando sono alti compra di meno — e l'oscillazione, da nemica, diventa un'alleata silenziosa. È «tempo nel mercato», non «tempismo sul mercato».

Ma solo con le spalle coperte

C'è una condizione, ed è la stessa di sempre — la ragione per cui questo è l'ultimo articolo delle fondamenta e non il primo. Tutto ciò che hai letto qui vale a una sola condizione: che siano soldi del quarto pilastro, denaro senza una scadenza vicina. La disciplina di restare investiti vent'anni e di comprare anche durante i crolli è possibile solo se non sarai mai costretto a vendere per pagare l'affitto, l'imprevisto o l'auto — cioè solo se i primi tre pilastri sono a posto. È lì che il metodo chiude il cerchio: la storia premia chi resta, ma per restare devi avere le spalle coperte.

E se ti stessi chiedendo se non convenga aspettare ancora, tenendo intanto i soldi fermi «al sicuro»: ricorda che il conto fermo non è affatto sicuro — perde contro l'inflazione ogni anno, con certezza. Non esiste l'opzione «nessun rischio»: esiste solo la scelta di quale rischio corri, e per quanto tempo. Che è, in fondo, la tesi da cui è partito tutto questo blog.

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Quanto tenere sul conto corrente (davvero)

Finite le fondamenta, si scende nel dettaglio, pilastro per pilastro. Si parte dal primo: Marco, 34 anni, 40.000 euro fermi da tre anni. — In preparazione

Questo articolo ha scopo puramente educativo e non costituisce consulenza finanziaria personalizzata, né un invito a investire in strumenti specifici. I rendimenti citati sono storici e provengono da fonti pubbliche (Global Investment Returns Yearbook di Dimson-Marsh-Staunton/UBS per l'azionario globale dal 1900; serie storiche dell'indice S&P 500 dal 1926): andamenti passati non garantiscono risultati futuri, e ogni investimento comporta il rischio di perdere parte o tutto il capitale. Ogni situazione è diversa: prima di decisioni importanti, valutare con un consulente indipendente abilitato. I casi citati negli articoli di questo blog sono illustrativi.